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Da grande sogno di avere un giardino. Un po' come Maunel Agnelli. Un piccolo rettangolo verde, ben curato, i fiori, la staccionata ed una vecchia sedia a sdraio. Anche se il massimo sarebbe abitare in una casa di legno sugli scogli, lontano da tutti, con all'orizzonte solo il mare. Magari con grandi vetrate per il sole nelle giornate di maggio, una piccola veranda e poco più. Mi vedo già lì adesso; e la colpa, anzi il merito, è di questo disco delizioso, realizzato da Scott Matthew. Nato in Australia e successivamente trasferitosi a New York, Scott ha in passato realizzato la colonna sonora del film 'Shortbus'. In questo album di debutto riprende, modificandole, alcune tracce contenute nella colonna sonora e raggiunge il cuore della commozione, grazie ad una voce stratosferica, fatta di tenera, sussurrata partecipazione. Sembra di sentire il suono granuloso del suo timbro vocale passare tra le mani, come una canzone filtrata da un vecchio grammofono o direttamente presa da una pellicola anni '30; 'Market Me To Children' e gli altri pezzi del disco suscitano evocazione folk, scivolando tra la pelle d'oca dei Great Lake Swimmers, la chitarra solitaria di Bon Iver e la tensione emotiva di Ray LaMontagne che cerca un po' d'ombra sotto i rami di una betulla per fare cover di Antony. Cadere ipnotizzati tra le semplici e quiete note di 'Amputee' o di 'Ballad Dear' o di 'Little Bird' è un apologo della gioia della piccole cose, del particolare che rende unico il tutto. Chiudere gli occhi e vedere immagini al rallentatore con quest'album di sottofondo è la cosa più rincuorante del mondo, un esercizio di bellezza semza limiti. Un raggio di sole improvviso può infastidire o può cambiare una giornata nata storta: Scott Matthew ha tutto il calore di un pomeriggio di primavera che ti viene a svegliare regalandoti una carezza sincera. (VOTO: 8)

Impressionante: è la prima parola che mi è venuta in mente dopo aver ascoltato l'ultimo disco dei Duels. Il quartetto di Leeds alla sua seconda prova sulla lunga distanza, costruisce un muro di suono terrificante, venato di stupefacente melodia. Jon Foulger e company sono i custodi di una gigantesca cattedrale persa tra le rovine dell'ultimo Paese abitato del Pianeta, diroccata, sinistra, ma imponente come un monolite scolpito nell'oscurità. 'The Barbarians Move In' è un cazzotto scagliato nello stomaco seguendo le strade deviate dei Radiohead, passando attraverso il rumorismo romanticamente ultra-sonico degli ...And You Will know Us By The Trail Of Dead, imponendosi con la graniticità imperiale degli Jesu, non disdegnando finezze stilistiche à la Elbow e passaggi degni della pop-wave più raffinata tra i Can e gli I love You But I Have Chosen Darkness. Tutto ha un sapore allucinato, folk, rock, wave, noise, pop si impastano tra le labbra creando atmosfere sospese ed emozionanti come non capitava da un bel po'. Sembra di toccare con mano il terrore che scorreva negli occhi dei fanti sul fronte di Verdun, dieci mesi ad aspettare la morte invisibile che arrivava dai cannoni, improvvisamente un macello sui corpi di una intera generazione spazzata via; eppure dalle lettere che quel manipolo di 'inutili' e splendidi eroi spedivano dalle loro trincee puzzolenti c'era uno sguardo di luce piena che a fatica cercava di spezzare la morsa del nero soffocante. Il romanticismo struggente di chi per davvero viveva ogni giorno come se fosse l'ultimo ritrova nella voce di Jon Foulger un rappresentante di commovente intensità. Paura e Speranza: le muse delle azioni umane si scontrano, molto più prosaicamente, nelle undici tracce di un album che viaggia a 100 metri da terra, in uno spazio popolato da pochi illuminati. Se in un primo momento si viene colpiti dalla mastodontica sezione ritmica guidata da James Kirkbright alla batteria, poco a poco si apprezzano le trame ipnotiche di chitarra e voce, che riconoscono come unico elemento di sopravvivenza la loro unione animalesca. La sensazione è che aleggi sull'album un soffio di tragicità imminente, che i quattro inglesi cerchino di controllare con una buona dose di sangue freddo. L'aggiunta di violini in alcuni pezzi regala il tocco finale di bellezza imperitura ad un album che se non vi farà sobbalzare all'istante sulla sedia, avrà comunque assolto ad un compito: avrà constatato la vostra morte cerebrale. Tutto è compiuto ora, un mondo nuovo è stato creato dalla deflagrazione atomica finale, brillano di nuova bellezza i tuoi occhi esausti: The Barbarians Move In. (VOTO: 9,5)

La grande fregatura di internet è che chiunque può aprire un blog e scrivere quello che gli pare con buona pace dell'attendibilità delle notizie in esso riportate. Mai come adesso bisogna avere fiducia, o, se siete tipi con un alto tasso di spirituailtà, dovete avere fede in chi scrive ciò che leggete. Insomma, risulterà alquanto strano quello che vi dirò su Jamie Lidell, ma, lo giuro, è tutto vero. Nato come dj minimal techno negli anni d'oro della scena underground inglese di metà anni '90, Jamie assieme a Cristian Voegel animava col progetto Super Collider le feste illegali di una Londra scossa dal fenomeno trip hop e febbricitante di esplodere in cassa dritta e sporca dopo esser stata svegliata dall'elettronica punk dei Prodigy. Finito quel periodo, Lidell vola a Berlino e inizia a dare sfogo al suo gigantesco ego che lo ha portato alla realizzazione del suddetto disco. Pare incredibile immaginare un bianco così innamorato di quella black music stile Motown anni '70, soul sudato mischiato di r&b e spiritualità gospel, roba tosta, spessa, aggressiva e dolce allo stesso tempo. James Brown, Marvin Gaye, Curtis Mayfield, l'eclettismo sensuale di Prince, la furia satura di Jimi Hendrix, il funk da battaglia di Sly and Family Stone, le eleganti releases della Stax: tutti amori che Jamie ha provato a condensare in quest'album, cercando di risultare credibile e rispettabile. Ed in effetti ci riesce in pieno, grazie anche ad una voce appassionata e trascinante, unita a ritmiche piacevoli, giubilanti e semplici. Una ventata di ottimismo spazza i solchi di quest'album, regalando momenti spiensierati, proiettandoci mentalmente in una radio anni '50. L'intento di registrare un disco retrò e senza tempo è centrato in pieno. Fossi sofisticato direi che è un prodotto di gran classe che non dovrebbe mancare in una colonna sonora estiva che si rispetti; ovviamente non lo sono e vi dico solamente di correre a sentire questo ragazzo inglese che fa sventolare alto il vessillo della gloriosa etichetta Warp. (VOTO: 7,5)

Questa è la prima di quattro recensioni in pillole che vedranno luce su queste pagine riguardo la serie di quattro Ep che Joseph Arthur, in piena euforia produttiva, sta pubblicando per la sua etichetta Lonely Astronaut. I dischi saranno in vendita a cifre ragionevolissime ed in più con la possibilità di download per miseri sette dollari.
Un vero affare, soprattutto quando la qualità è molto alta come il primo capitolo della serie, lo splendido “Could We Survive”. I sei brani che compongono la scaletta sembrano riportarci ai tempi di “Come To Where I’m From”, probabilmente il lavoro migliore della discografia di Joseph Arthur, in cui il folk-pop morbido ed agrodolce degli arrangiamenti risplende di nuova luce e si adatta perfettamente alla voce roca del suo interprete. Ho sempre ritenuto questa la veste migliore per il Nostro, solito comunque districarsi anche in altri ambiti meno nudi di questo e resto sorpreso io stesso di questo ritorno alle origini, inoltre di una qualità altissima. Provate ad ascoltare un brano come Shadow Of Lies passeggiando una mattina di primavera sotto l’ombra di un viale alberato. E’ una di quelle piccole esperienze senza prezzo, eppure così semplice da realizzare. (Voto: 8,5)

Dietro ai grandi dischi ci sono grandi musicisti. Difficilmente un album fantastico è il prodotto di una casualità; a distanza di qualche anno chiunque abbia partecipato alla realizzazione del primo lavoro dei Band Of Horses, 'Everything All The Time', se ne sta uscendo con dischi eccellenti. Dapprima è stata la volta di Mat Brooke e dei suoi Grand Archives, adesso tocca a Sera Cahoone, filiforme ragazza di Seattle che all'epoca siedeva dietro la batteria e menava le pelli con classe e potenza sopraffina. In questo disco, il suo secondo edito tra l'altro per la Sub Pop, non c'è nulla che non sia già stato sentito e sarebbe logico annoiarsi dopo un po'. Invece c'è un fluido magico che lega questi 10 acquarelli folk, che fa rimanere con la testa reclinata sulla finestra a fantasticare di infinite strade che si perdono nell'orizzonte. Sera culla le orecchie di chi l'ascolta grazie alla sua voce leggermente arrochita e naturalmente melodiosa, una via di mezzo tra Chan Marshall e Joan Baez; ammalia di malinconia e quiete con accordi e arrangiamenti tanto leggeri quanto curatissimi. Più di un ricordo corre alla nostalgia disperata dei testi di Elliott Smith. Tutto parte da una chitarra acustica e da pensieri intimi e di una sincerità disarmante, per poi intrecciarsi con languide elettricità dilatate, merito del superbo pedal steel di Jason Kardon, con banjo, ukulele e di tanto in tanto violini dimessi e mai invadenti. In 'Only As The Day Is Long' c'è tutta la calma della provincia, la sensazione di una vita trascorsa con quiete apparante mentre dentro brucia la voglia di assaporare ogni istante con la giusta energia. Sera è una musicista vera, un talento precoce che già all'età di 12 anni sbalordiva pubblico e coetani alla batteria, che suonava con bluesman di razza e, non appagata, si dedicava al sassofono. Vogliosa di sfogare la sua creatività in maniera piena, finalmente riesce a mettere su una band e a registrare in solitaria sue canzoni. Questo ne è il risultato. Tutto già suonato, tutto già cantato, tutto come prima: e allora perché continuo a rimettere il disco nello stereo per l'ennesima volta? (VOTO: 7)
dischi da non dimenticare
elettronica disco ambient
folk country blues
indie rock punk
metal industrial dark
musica
pop wave alternative
psichedelica prog jazz
testi
faniaste in SCOTT MATTHEW - Scot...
Joses in SCOTT MATTHEW - Scot...
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Joses in JAMIE LIDELL - Jim (...
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faniaste in A WEATHER - Cove (20...
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| Sachiel: 1 -2 Tracks EP-Counting Crows 2 -Ongiara- Great Lake Swimmers 3 -Falling Of The Lavender Bridge- Lightspeed Champion 4 -In The Future- Black Mountain 5 - A Cork Tale Wake- Chris Bathgate |
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| Just: 1 -Tonight at the Arizona- The Felice Brothers 2 -The Stage Names- Okkervil River 3 -Requiem- Verdena 4 -Year Zero- Nine Inch Nails 5 -Given to the Raising- Neurosis |
Sono capitati dalle parti di Sullivan Street *loading* clienti
